Home Interviste Applausi per “66/67”, il concertato di Alessio Boni e Omar Pedrini

Successi per la “data zero” dello spettacolo

Un progetto musicale, nato dall’unione tra Alessio Boni e Omar Pedrini, un susseguirsi di musica, recitato, cantato. Questo è in sintesi “66/67”, il concertato di due dei massimi esponenti del panorama musicale e teatrale italiano.

Ad accompagnarli live sul palco la band formata dal batterista Stefano Malchiodi, dal bassista Larry Mancini e dal  tastierista Carlo Poddighe. Noti brani della storia della musica, letti e cantati in lingua inglese a coinvolgere il caloroso pubblico presente al Chiostro di Salerno per la data “zero” dello spettacolo “66/67”.

Alessio ed Omar, nel corso dell’intervista, ci hanno raccontato il percorso di nascita della rappresentazione e i prossimi impegni.

Che tipologia di spettacolo è il concertato “66/67”? Come nasce?

Si tratta di uno spettacolo in anteprima nazionale, nato dall’amicizia con Omar Pedrini. In questo spettacolo il pubblico è certamente parte attiva; voglio che la rappresentazione sia una terapia di gruppo, una condivisione. In “66/67” sono intonate alcune tra le più conosciute canzoni che hanno fatto la storia della musica. Una di queste è quella di Giorgio Gaber. Abbiamo scelto Gaber, il massimo esponente del teatro – canzone, in quanto io vengo dal Teatro mentre Omar dalla musica.

 

La Campania ti accoglie: questa regione è così da Salerno a Napoli, da Posillipo ad Amalfi, Positano. Noi vogliamo toccare più il cuore delle persone che l’intelletto. In questo spettacolo, ricorderemo insieme le canzoni che ci hanno accompagnato nel percorso di crescita e ci faranno capire dove siamo arrivati. Abbiamo scelto quelle che più hanno caratterizzato le nostre idee. Una canzone fa pensare al passato di un uomo, di unna donna. È una specie di amarcord con un’attenzione particolare al testo e alla poetica.

A volte non sempre conosciamo da subito il significato di canzoni in inglese. Ho voluto fare un esperimento, come ha fatto Roberto Benigni con la Divina Commedia. Non sempre, infatti, si sa il significato di una canzone in particolare oppure perché sia stata composta. Questo è in sintesi l’intento dello spettacolo. La rappresentazione avrebbe dovuto essere portata in scena già lo scorso anno ma non fu possibile a causa di impegni lavorativi. 

Tracciando un bilancio, a che punto è il teatro italiano?

Credo che il teatro italiano sia in una buona fase. Il merito è anche del pubblico. La gente ha voglia di poesia, ha voglia di ragionare e partecipare. Sono stanchi di essere passivi. Occorre, però, osare di più. A volte, infatti, sento un teatro stantio, che non osa.

Bisogna rimboccarsi le maniche e farlo bene. Noi abbiamo creatività e volontà. Il nostro teatro può andare ovunque. Deve esserci come pensiero costante il fatto che il teatro non debba essere rivolto solo agli abbonati di ottant’anni, ma anche ai giovani affinché si avvicinino a quest’arte.

Con questo spettacolo, ad esempio, vogliamo coinvolgere tutti e sviluppare una terapia di gruppo. Bisogna donarsi.

Omar, ci parli del tuoi coinvolgimento in questo spettacolo?

Con “66/67” Alessio mi ha permesso di avvicinarmi al teatro, che amo tanto. Come io entro nel teatro, lui entra nel mio mondo. Abbiamo un entusiasmo incredibile e speriamo di condividerlo con gli altri. La vittoria è che il pubblico si emozioni con noi, che vanga coinvolto.

Lo spettacolo è basato sulla storia di due persone che nascono a pochi chilometri di distanza, separati dal Lago d’Iseo, e che in poco tempo diventano amici. Alessio mi conquistò subito con la sua semplicità, il suo sguardo straordinario. In “66/67” abbiamo selezionato le canzoni più importanti, sottolineando anche questo momento di povertà manifesta che abbiamo in Italia e il bisogno della gente di emozionarsi. Far capire quanto sia importante il testo, le parole di una canzone è fondamentale e, allo stesso tempo, un’operazione difficile.

Sul palco sono al cospetto di un grandissimo attore Alessio Boni: ha preteso che io recitassi ogni tanto e io, viceversa, che lui si cimentasse nel canto. Il nostro Paese è la cultura dell’Occidente. Dire qualcosa in modo accademico potrebbe allontanarci dalle persone, pertanto, ci siamo basati sulla semplicità.

Da quest’autunno, dopo l’esperimento di Salerno al Teatro Festival, pensiamo di portare lo spettacolo in tour.

 

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