12/08/2020 19:41
Home Cultura Musei e Chiese E’ fuori il primo ep di Zero Portrait

Dopo un’intensa attività da dj, varie collaborazioni e produzioni con differenti moniker, Zero Portrait firma il suo primo lavoro discografico, uscito l’8 maggio 2020 per Antistandard Records. “Pulp” Ep è contemporaneo ma retrò al tempo stesso: una perfetta fusione di moderna bass music con contaminazioni afro, soundsystem giamaicani, sampling e turntablism in puro stile old school.
“Pulp” esce fuori dalla necessità di voler esprimere tutto quello che emerge dalla notte e in generale dai contesti oscuri e impescrutabili, non per la loro natura criptica, ma perché é difficile per l’osservatore guardarci dentro, la “polpa”, l’essenziale può essere sgradevole agli occhi e doloroso nell’esperienza. “Pulp” rappresenta quindi la sostanza, la parte concreta… la “polpa”.
Il concept neanche troppo celato di “Pulp” risiede nella volontà di dare spazio e voce a chi spazio e voce non ne ha, ovvero gli ultimi, gli emarginati, i “freak” della società contemporanea. Così ecco che il brano “Fauna“, singolo di lancio in collaborazione con Agronomist (Smania Uagliuns) parla appunto di quella fauna umana che non rientra in nessuna categoria “d’interesse” ma che ha la stessa dignità di coloro che fanno “hype”; “W. A. N. F. A.” (WeAreNotFriendsAnymore) invece rappresenta una critica ai finti rapporti d’amicizia creati sui social-media, che spesso generano più emarginazione che un sincero rapporto affettivo; “Gentrified Kids” significa letteralmente “bambini gentrificati” ovvero resi meno autentici, e quindi meno liberi di essere sé stessi e quindi autonomi, in quanto l’autenticità è meno “cool” rispetto l’omologazione imperante.
Con questo lavoro il producer di stanza a Roma vuole lanciare un’idea di musica e di esperienza condivisa che si allontana quindi dai riflettori social e generalisti dove tutto é calcolato e ben calibrato, dove tutti i protagonisti sono perfetti nel dettaglio. La sostanza é quella che si vuole far emergere, la musica nella sua sperimentazione e fruizione più diretta che parli e che affronti i temi che fanno paura come l’emarginazione, la malattia mentale, il consumismo irrefrenabile, creando una colonna sonora di un’opera teatrale in cinque atti dove siamo tutti attori. Nel corso dell’intervista, l’artista ci ha parlato dell’ep e dei prossimi progetti

Benvenuto sul nostro portale d’informazione. Zero Portrait, dopo un’intensa gavetta, arriva il tuo primo lavoro discografico: “Pulp”. Innanzitutto, come presenteresti a chi ancora non ha avuto modo di ascoltarti il progetto musicale di Zero Portrait? Chi è Zero Portrait?

Anzitutto grazie per lo spazio, non è mai scontato ricevere attenzioni, veniamo da tempi in cui tutto sembrava settorializzato e saturo. Zero Portrait è un progetto creativo che in questo caso ha trovato declinazione nella musica, inevitabilmente rappresenta una parte della mia vita, ma non è un alias o comunque non vuol esserlo. È un progetto che ha lo scopo di catalizzare esperienze osservative in musica. Zero perché da esperienza passate vuole avere l’umiltà di costruire un suo percorso ogni volta, Portrait perché voglio rimettere in musica esperienze e vissuti che mi circondano o che arrivano alla mia sensibilità come un ritratto.

“Pulp”, primo ep, primo lavoro discografico. In questo ep ti sei occupato della musica, dei testi e degli arrangiamenti o solo di una parte in particolare?

In Pulp mi sono concentrato sulla musica, come “compositore” o meglio come programmatore dei suoni, utilizzando campionatori analogici e digitali, synth sia analogici che virtuali. La voce è di Agronomist, socio in musica e di condivisioni sulla vita e il mondo, che canta in “Fauna”, brano manifesto dell’ep. Lui ha avuto carta bianca e nonostante ciò ha espresso perfettamente quella che era la mia intenzione embrionale del brano.

Cosa ti ha spinto a lavorare su questo progetto? Cosa hai voluto comunicare con questo ep?

Volevo mettere una “bandierina sulla mappa”, dopo anni di ascolti e di ricerca fatta su vinili, sentivo che quanto avevano fatto altri nel passato, doveva essere definito. Quindi ho espresso nel modo che conosco meglio, farlo in musica. Il bisogno iniziale era quello di utilizzare la musica elettronica, quindi passabile anche nei club, per poter aprire e attenzionare l’ascoltatore delle criticità del nostro tempo: l’emarginazione sociale mascherata dai social, la “patinazione” di tutto fino allo snaturare l’immagine umana, il consumismo che ci rende bulimici di tutte le esperienze, senza assimilarle veramente. Non sono nato nel bronx o a brixton non avrebbe senso scimmiottare i temi dei musicisti degli anni 70-80-90, sotto alcuni aspetti le cose sono migliorate rispetto ad allora. Io posso fare il mio su quello che mi circonda adesso, la musica è un atto politico e sociale oltre che culturale, e lo è anche in quei casi in cui l’artista dichiara che le sue creazioni “non vogliono avere un senso”, la non-scelta è essa stessa una scelta, un messaggio sociale e politico e in qualche modo figlia dei tempi che viviamo, o che abbiamo vissuto fino a qualche mese fa.

Cinque pezzi compongono l’Ep: secondo te, quale di questi meglio rappresenta l’ “ego” artistico di Zero Portrait?
Difficile. Direi che quello che rappresenta l’ “ego” è la diversità, l’imprevedibilità. Forse la risposta a questa domanda è la ritmica. Se devo essere netto posso dire che quella che rappresenta al meglio l’imprevedibilità è Gentrified Kids, sì direi proprio lei.

C’è un brano “W.A.N.F.A”, il pezzo d’apertura dell’ep, sembra quasi rispecchiare questo periodo di stop. Come hai vissuto questa situazione? In qualche modo ha cambiato il tuo lato artistico? Se sé in che modo?
W.A.N.F.A. è un brano con toni drammatici, e introduce l’ascoltatore a Pulp, non era nemmeno immaginabile che quel “non essere più amici” a cui si riferisce il brano avesse avuto un riferimento così chiaro nel nostro presente. Questa situazione ha rivoluzionato la mia vita, come quella di tutti, mi sono mancati gli aspetti della quotidianità, poter andare in bici, prendere la metropolitana, il cinema, le mostre di cui in questo periodo Roma generalmente è piena, oltre che gli amici. In questo periodo non mi sono annoiato, diciamo che sono stato maggiormente concentrato, con meno distrazioni, mi sono buttato su singoli progetti da portare a compimento.

In questo periodo hai comunque mantenuto un contatto con la tua fanbase? In che modo li hai coinvolti?
Come dicevo, ho cercato di lavorare sui singoli progetti, ho usato poco i social per fare live stories o cose analoghe. Anche se questo periodo è coinciso con l’uscita del mio primo Ep ufficiale, quindi ho dovuto cercare un compromesso, un equilibrio al fine di dare attenzione al lavoro che avevo fatto e che era programmato e pensato da tempo e il lasciare spazio, in un momento in cui tutti sembrano dover far vedere e dire la loro a tutti i costi. È stato complicato trovare un giusto equilibrio tra silenzio e promozione. La mia fanbase, se esiste, è curiosa e paziente e ricompenserà dei miei vuoti. La cosa che mi piace è che ho fatto partire un Tour delle radio europee in cui faccio un live o un djset in diverse radio di diverse città del continente. Quello è il mio modo di far sentire che ci sono, la musica. Il resto è over.

Sei particolarmente legato ai suoni della musica afro – americana, afro – britannica e varie derivazioni. Perché sei così affascinato da questo genere?
Quello che mi piace di tutte le derivazioni della musica afroamericana e afrobritannica è il groove, musica che si può ballare e che ti porta dentro quei mondi carichi di colore e di odori. Sento essere qualcosa di ancestrale che mi trascina, forse il mio venire dal sud, per cui sento un richiamo dall’Africa e dalla Giamaica. Un’Africa che si contamina e che si rende più cinica dentro le metropoli occidentali, dove il consumismo divora l’umanità. Forse è quello che sento che è successo anche a me, da uno stile più naif e ingenuo mi sono adattato alla vita cinica di una metropoli come Roma.

Ci racconti una delle più significative esperienze che hai vissuto dal punto di vista artistico?
Per me, in generale l’esperienza più significativa è quella di incontro con l’altro, poter condividere le stesse emozioni con l’altro. Quando collaboro o semplicemente mi confronto con artisti che hanno idee simili alle mie o con la quale ci si trova nello stesso feeling con la musica. Quando metto i dischi per me la cosa centrale è quella di trasmettere la mia intuizione musicale e allo stesso tempo percepire il pubblico e capire come intervenire. Amo quando in mezzo ad una serata si avvicina qualcuno e mi chiede cos’ho messo. Una volta durante un momento di “peak” il capo dei bartender lascia la sua postazione e viene verso di me con un foglietto chiedendomi di scrivergli la traccia che stavo mettendo. Cose del genere mi appagano più di tutto, in fondo io faccio questo, ascolto musica.

Hai avuto modo di collaborare, tra gli altri, con i Nu Guinea ed altri. La collaborazione più significativa dal punto di vista artistico? Ed in particolare con chi vorresti ancora collaborare?
Con i Nu Guinea abbiamo condiviso i decks all’inizio del loro tour europeo, insieme al collettivo RDSNT di cui faccio parte, li abbiamo invitati nella loro seconda data italiana, prima che il loro disco esplodesse. Sono molto contento di aver fatto per loro il warm-up, che è una fase della serata in cui devi avvicinare la gente alla pista, e puoi anche sperimentare con cose non proprio adatte ad un club. Come collaborazione nella produzione sento che il lavoro che stiamo facendo attualmente con Agronomist degli Smania Uagliuns, sia quello che, in questo momento, è quello che mi permette di esprimere al meglio con tutte le contraddizioni e le tanta sfaccettature che necessito manifestare nelle mie produzioni. Vorrei collaborare con tantissimi nel mondo musicale, direi FKJ, un polistrumentista francese che seguo da diversi anni. In realtà mi piacerebbe fare musica con chi ha radici diverse dalle mie, per esempio un musicista classico o un jazzista professionista oppure diametralmente opposto chi viene dal mondo del Punk californiano. Mi piacciono gli incontri e gli scontri

Nato e cresciuto in un piccolo capoluogo del Sud Italia, hai comunque lasciato nei tuoi brani un qualcosa della tua terra natia?
Assolutamente sì, parlavamo di musica afroamericana o afrobritannica, secondo me il richiamo a quella musica lo lego ad aspetti simili alla mia esperienza. La Calabria, terra nella quale sono nato e cresciuto, è la mia California, ci sono degli scorci di spiagge uniche che spero rimangano sempre incontaminate e Roma è la mia Londra, cinica frettolosa e socialmente frastagliata.

In che modo intendi esprimere la tua arte musicale in questo periodo di stop? Stai pensando a forme alternative?
Sto pensando sempre più alla creazione di un viaggio audiovisivo, come un film o un piccolo documentario in cui immagine e musica dialogano su un unico tema. Adesso sono ritornato a vecchie passioni sopite: i graffiti e la dimensione sottoculturale del mondo skate. Potrebbe essere che lasci per un po’ la musica e che Zero Portrait riesca ad esprimersi attraverso i muri delle città.

La Redazione- Riceviamo e Pubblichiamo

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