30/10/2020 05:07
Home Cultura Teatro Alessio Lapice, dagli esordi a “Natale in Casa Cupiello”

Alessio Lapice, classe 1991, campano doc, è sicuramente uno dei giovani talenti del panorama artistico italiano. Col passare del tempo, si è fatto conoscere ed apprezzare sempre più dal grande pubblico. Fondamentale la partecipazione al film “Nato a Casal di Principe” è stata l’esperienza artistica più significativa; grazie a questo film, il giovane Alessio, è arrivato fino al Festival di Venezia. Da lì, si sono aperte tante strade: è arrivato il film “Il Primo Re”, con Alessandro Borghi, la fiction “Imma Tataranni”, un film internazionale in tre lingue; francese, lussemburghese e italiano “Io sto bene” con la regia di Donato Rotunno. Successivamente in una sfida tutta nuova, “Weekend” un thriller, prossimamente in uscita, e recentemente ha terminato le riprese di un nuovo progetto “Natale in Casa Cupiello” con la regia di Edoardo De Angelis, Alessio, con la passione per il mondo artistico sin da piccolo, ha avuto una solida preparazione in questo settore, grazie soprattutto alla frequenza dell’Accademia “Duse” di Roma e di svariati laboratori e seminari durante i primi anni di studio presso la capitale. Tra gli altri lavori del giovane attore stabiese “Sotto Copertura”, Fuoco Amico TF45 – Eroe per amore”, “Il padre d’Italia”. Nel corso dell’intervista, Alessio ci ha raccontato i suoi esordi, la sua prima esperienza cinematografica, il successo di Calogiuri, personaggio da lui interpretato in “Imma Tataranni” e dei prossimi impegni artistici.

Alessio, sei così giovane e con alle spalle già tanta esperienza in ambito cinematografico. Ci racconti i tuoi primi passi in questo mondo ed i primi lavori?

Mi sono avvicinato, all’età di circa 16 anni, al mondo del teatro: conobbi un gruppo di ragazzi; mi invitarono ad assistere alle prove del loro spettacolo. Inizialmente ero incerto se andare o meno, alla fine mi decisi e mi recai alle prove dove, da li presi parte anche ad un piccolo ruolo. Mi piacque l’idea di stare insieme, di preparare un qualcosa insieme, di lavorare insieme. Da lì ho intrapreso un percorso più importante: frequentando l’Accademia, mi spostavo da Napoli a Roma. A 18 anni, poi, ho deciso di trasferirmi nella Capitale, dove ho mosso i miei primi passi. Ai piccoli lavori è susseguito un percorso più articolato. Quanto alla popolarità, è quasi sempre il film che ha più risonanza di un altro a permetterti di essere riconosciuto da più persone. A livello personale, invece, hanno importanza anche quei lavori che, magari, sono stati seguiti da meno persone. Prima di aver preso parte al film “Nato a Casal di Principe”, ho recitato in “Gomorra – La Serie”; ma, senza dubbio, quello che mi ha lasciato più umanamente e artisticamente parlando è stato il primo. Ero davvero coinvolto in quella storia.

“Nato a Casal di Principe” è stato, dunque, il film che ti ha fatto conoscere al grande pubblico. Un film che ha riscosso ampi consensi non solo tra il pubblico, ma anche tra gli addetti ai lavori.

Il film parla di un dramma familiare; è una storia raccontata ed ambientata a Casal di Principe, ma sarebbe potuta accadere in un qualsiasi altro paese del mondo. La storia infatti, non racconta di come si sia sviluppata la malavita, piuttosto ciò che questa procurava. Il film ha messo ben in risalto quanto fosse difficile nascere in quegli anni in quelle zone; riuscire per un giovane a costruire qualcosa. Devo molto a questo film, a questa produzione, in quanto mi ha dato la possibilità di essere presente al Festival del Cinema di Venezia. Prima avevo già preso parte a diversi progetti. “Nato a Casal di Principe” ha dato inizio al mio percorso. Durante la promozione di questo film a Venezia, ero impegnato sul set de “Il Primo Re”.

Sei un attore richiesto da diverse produzioni. Per quale motivo secondo te?

Ho partecipato a dei progetti che sono stati ben riconosciuti dalla critica e dal pubblico. Ognuno ha un metodo personale di approcciarsi a nuovi lavori, progetti, alla modalità di raccontare delle storie. Sicuramente è stato un susseguirsi di progetti ad avermi permesso di prendere parte a lavori più interessanti e più articolati, pensati e gestiti in maniera diversa anche dalle stesse produzioni o dagli stessi registi, come ad esempio “Il Primo Re”, un progetto molto ambizioso. Un film non si fa da solo; un film è fatto da una squadra e in questa squadra tutti sono importanti dal primo all’ultimo per rendere al meglio il lavoro. Il percorso artistico è personale; dipende delle scelte fatte, da ciò che si riesce a costruire, dai progetti seguiti, e da quanto si riesce a portare di personale nella storia interpretata. Spesso lo spettatore non sa dare una spiegazione a ciò che guarda; ma, quando gli resta impresso qualcosa di tuo, allora vuol dire aver portato qualcosa che è andato oltre le dinamiche di una storia. Cercare, infatti, di scavare sempre un qualcosa di analogo che si rifletta nella propria vita è sicuramente un elemento in più che ti aiuta a raccontare meglio una storia.

A renderti ancora più noto al grande pubblico è stata anche la fiction “Imma Tataranni”. Cosa ha significato per te far parte di questo progetto?

È stato un lavoro molto bello; Vanessa è un’attrice bravissima, simpatica. È stato bello lavorare con lei, è instancabile. È stato un piacere ritrovare Massimiliano Gallo e, principalmente, per due motivi: il primo perché già avevo avuto modo di lavorare assieme in “Nato a Casal di Principe” e poi perché ci siamo ritrovati in una storia completamente diversa. “Imma Tataranni” mi ha lasciato sicuramente tanto affetto da parte del pubblico e ciò che mi ha colpito è stato; che questa fiction sia stata seguita da diverse fasce di persone, dai più piccoli agli adulti sino agli addetti ai lavori che l’hanno seguita riconoscendo il valore di ciò che avevamo fatto. Ho voluto molto bene al personaggio da me interpretato, un ragazzo che rappresenta la totale innocenza: un soldatino semplice che diventa prima uomo, scontrandosi con le vicissitudini che questa metamorfosi implica nella vita di un ragazzo, e maresciallo poi. Rappresenta quel ragazzo del Sud smanioso di lasciare casa a caccia di nuovi orizzonti, per trovarsi poi in un mondo fatto di persone nuove, di figure autorevoli, di capi da inseguire e donne con cui non sa comportarsi, ma grazie al coraggio e alla caparbietà, riesce a costruire un proprio percorso e a schiarirsi le idee su cosa vuole davvero.

Sei stato impegnato in questo periodo in altri progetti; alcuni internazionali ed altri italiani.

Tra settembre e novembre ho lavorato ad un film lussemburghese, fatto da 5 produzioni e girato in 3 lingue; francese, lussemburghese e italiano. Ce un grande lavoro di squadra e di famiglia in questo film. E’ stato un viaggio che sicuramente mi porterò dietro per tanto tempo. Sono riuscito, grazie a questa esperienza, a toccare con mano le abitudini, il modo di vivere di quegli anni Sessanta in cui anche dall’Italia si emigrava per raggiungere proprio il Lussemburgo, una terra di rilancio e di speranza per tanti che in quell’epoca emigravano dall’Italia. Un’altra esperienza significativa è rappresentata dal corto inglese “Rising Heartbeats”, una produzione internazionale incentrata sull’esplorazione psicofisica dell’esperienza umana. Una storia, quella del corto, che non racconta solamente il piacere di essere felici, ma l’importanza di emozionarsi. Questa estate ho partecipato alle riprese di “Weekend”, il thriller di Raccardo Grandi, con Eugenio Franceschini, Filippo Scicchitano, Jacopo Olmo, Lorenzo Zurzolo, Greta Ferro. Da poco ho terminato le riprese a Napoli di “Natale in Casa Cupiello” un progetto a cui sono molto grato, è stato incredibile riaprire i preziosi cassetti di questo testo meraviglioso che Eduardo De Filippo ci ha lasciato, l’ho sentito tanto mio per appartenenza e per i tanti ricordi che mi legano, credo che per ogni napoletano “Natale in Casa Cupiello” rappresenti parte delle proprie radici e della propria infanzia, l’immagine del presepe il primo giorno di riprese non la dimenticherò mai.

Consiglieresti ad un giovane di intraprendere il tuo stesso percorso artistico?

Del mio percorso ho imparato che quello che ti resta davvero alla fine di ogni progetto sono gli incontri, gli incontri umani, il punto di vista di una nuova storia, di una nuova dinamica, quella prospettiva a cui non avevi pensato prima, quelli ti restano impressi davvero, sulla pelle e nei ricordi.
E credo che al di là dei riconoscimenti che in esso si possono esaltare, la bellezza del percorso artistico sta in ciò che questo riesce a far risaltare in te stesso.

La Redazione- Riceviamo e Pubblichiamo

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