24/11/2020 04:35
Home Cultura Cinema e Tv Ai microfoni di SinapsiNews Agostino Chiummariello, la guardia penitenziaria più anziana di...

Agostino Chiummariello è oggi uno dei protagonisti della serie “Mare fuori”, ambientata a Napoli. Agostino interpreta Gennaro, una delle guardie penitenziarie più anziane dell’Istituto. Alle spalle, il noto attore partenopeo ha una lunga gavetta, fatta di teatro, cinema e televisione.

 

Dall’esordio, giovanissimo, ad oggi è passato del tempo e l’attore si è saputo, grazie alla sua bravura, far apprezzare dal grande pubblico e dagli “addetti ai lavori”. Nel corso dell’intervista, Agostino ci ha raccontato i suoi esordi, l’esperienza nella serie “Mare fuori” e nello spettacolo teatrale, portato in scena recentemente dal titolo “A freva. La peste al Rione Sanità”.

Ci racconti del tuo esordio all’interno del mondo attoriale?

Ho mosso i miei primi passi a scuola, verso la fine degli anni Settanta, con un laboratorio teatrale. Nel periodo universitario, ho iniziato, invece, una vera e propria scuola di teatro, dove ho incontrato grandi insegnanti.

All’epoca, a scuola, venivano organizzati dei laboratori ogni settimana con grandi attori, come Albertazzi. Poi per diverso tempo sono stato all’interno della compagnia del Teatro Ausonia e da lì il via a tante collaborazioni ed esperienze. Sono oltre 30 anni di professione.

Ho fatto anche cinema: ho iniziato con piccoli ruoli nelle pellicole di Mario Martone, Stefano Incerti, per poi approdare a Paolo Sorrentino.

Non solo. Ho avuto l’opportunità di lavorare in “Gomorra”, “Un posto al sole” e “La Squadra”.

Tra tv, cinema e teatro qual è l’ambiente che senti più tuo?

Per un attore ogni ambiente è interessante. Non c’è differenza tra tv, cinema e teatro. L’importante è lavorare bene e garantire buoni prodotti. Ci ho messo del tempo io, ad esempio, per arrivare ad avere un ruolo importante in una serie di successo come “Mare fuori”.

La carriera dell’attore è molto tortuosa, bisogna avere coraggio e fortuna.

Quanto è contato per il tuo successo l’essere napoletano?

L’essere napoletano è una marcia in più perché il napoletano non è un dialetto ma una lingua con una sua drammaturgia, forse la più importante d’Europa se non del mondo, a partire dal passato con Viviani, Scarpetta, Di Giacomo fino ad arrivare ad oggi con Moscato, Borrelli, Santanelli. Napoli è una città votata al teatro, alla grande tradizione, non solo in lingua.

Ho iniziato facendo teatro d’avanguardia, di sperimentazione. Recitavo in lingua italiana, non in napoletano.

Cosa ha rappresentato per te “Mare fuori” e, secondo te, per la città?

Mi sono ritrovato, per le mie capacità, ad interpretare il ruolo della guardia penitenziaria ritornando, in un certo senso, in un clima che mi è appartenuto in maniera personale.

Qualche anno fa e per diverso tempo, infatti, ho lavorato come attore facendo dei laboratori di teatro proprio a Nisida. È stata un’esperienza che mi ha formato. Nella vita, ho sempre cercato di avere tante esperienze per creare un bagaglio da dove attingere per il mio lavoro. Il lavoro dell’attore non è solo apparire, ma deve essere sociale, comunicare agli altri, vivere situazioni. Il personaggio di Gennaro in “Mare fuori” mi appartiene molto. Nella fiction sono la guardia più matura, molto paterna ma, allo stesso tempo, anche molto rigida come deve essere il ruolo e che riesce a capire i giovani che non sempre sono rinchiusi lì perché nati criminali. La bellezza di Napoli crea dei paralleli diversi. È una città difficile; so cosa significa oggi per un giovane cercare lavoro, qualcosa che non sia soltanto la strada. Si fa poco in questa città per il sociale e per i giovani. La scuola è molto distante dai giovani, non è il libro che interessa; la cosa importante è educare i ragazzi alla cultura.

Napoli, un set all’aperto. Cosa ne pensi?

Napoli da tempo è diventata una città cinematografica e televisiva. Si presta a qualsiasi tipo di storia di fiction o cinema. Da un lato è molto importante per noi attori; ma, non bisogna pensare solo agli attori perché ci sono tante persone che lavoro attorno al cinema. Ben venga tutto ciò perché si crea lavoro. “Mare fuori”, ad esempio, sta riscuotendo molto successo nei giovani.

Hai preso parte di recente anche allo spettacolo “A freva. La peste al Rione Sanità”. Ci parli di questa esperienza?

È stato uno spettacolo molto forte anche per il periodo che ci troviamo a vivere non solo per noi attori ma anche e soprattutto per il pubblico. Sta all’uomo, ai virologi, agli studiosi ma anche un po’ a noi tutti fare attenzione perché l’epidemia non si espanda.

Quale caratteristica, secondo te, dovrebbe avere un giovane attore per emergere?

Un attore napoletano è avvantaggiato rispetto ad altri. Il mestiere dell’attore è un lavoro difficile ma se si è tenaci si riesce. È importante non solo il talento, ma anche lo studio, la cultura e amare questo lavoro. Ci deve essere passione perché non è un lavoro come tutti gli altri. Bisogna crearsi un proprio mercato, una propria strada e cercare di non far passare la voglia nonostante le difficoltà. Se si ha volontà si riesce ad emergere e vivere di quello che si ama, l’arte della recitazione.

La Redazione- Riceviamo e Pubblichiamo

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