Home Attualità Alviti: L’evoluzione del concetto di sicurezza pubblica  

 Il termine sicurezza (dal latino sine cura) indica, in generale, una condizione oggettivamente caratterizzata dall’assenza di pericoli effettivi o in cui si è, comunque, garantiti contro pericoli eventuali. Conseguentemente, l’espressione sicurezza pubblica comprende, tradizionalmente, l’insieme delle attività, delle strutture e degli organi predisposti dallo Stato al fine di assicurare un livello di sicurezza accettabile e di permettere ai cittadini un compiuto e democratico esercizio delle libertà fondamentali.
La competenza esclusiva dello Stato nel settore dell’ordine e della sicurezza pubblica, prefigurata dalla Costituzione repubblicana, ha trovato conferma nell’art. 1, comma 3, L. 15 marzo 1997, n. 59 (contenente la delega al Governo per il conferimento di funzioni e compiti alle Regioni ed agli Enti Locali, per la riforma della Pubblica Amministrazione e per la semplificazione amministrativa), la quale non ha compreso la suddetta materia tra le funzioni amministrative oggetto di conferimento alle Regioni ed agli Enti Locali. Il D. Lgs. 31 marzo 1998, n. 112 (in virtù del quale, in attuazione del capo I della citata L. n. 59 del 1997, è stato realizzato il passaggio di funzioni e compiti amministrativi dello Stato alle Regioni ed agli Enti Locali), all’art. 159, ha ribadito, a tale riguardo, che le funzioni ed i compiti amministrativi relativi all’ordine pubblico ed alla sicurezza pubblica (di cui all’art. 1, comma 3, lett. l, L. 15 marzo 1997, n. 59), sono quelli concernenti le misure preventive e repressive dirette al mantenimento dell’ordine pubblico, inteso quest’ultimo come il complesso dei beni giuridici fondamentali e degli interessi pubblici primari sui quali si regge l’ordinata e civile convivenza nella comunità nazionale, nonché alla sicurezza delle istituzioni, dei cittadini e dei loro beni.
 Tuttavia, un aspetto significativo nell’analisi delle politiche di sicurezza che si sono andate affermando nell’ultimo quindicennio è il successo di nuovi paradigmi, che hanno avuto l’effetto di ampliare il tradizionale concetto di sicurezza e, di conseguenza, rendere insufficiente e, per certi versi, obsoleto lo strumentario politico-giuridico ad esso riconducibile, di stretta competenza statale. Il successo dei nuovi paradigmi costituisce, senza dubbio, un aspetto particolarmente rilevante nell’analisi delle politiche di sicurezza che si sono andate imponendo in Italia a partire dall’ultimo decennio del secolo scorso: la sicurezza si è affermata, in particolare, come nuovo diritto sociale, correlato anche (ma non solo) ai problemi della qualità urbana e della convivenza civile. La complessità delle problematiche connesse alle politiche di sicurezza implica, in buona sostanza, la necessità di considerare quest’ultima non tanto come semplice assenza di singole occorrenze devianti e criminali quanto, invece, in una accezione ben più ampia, comprensiva dei molteplici fattori (economici, politici, sociali, culturali, religiosi) che permeano il nostro vivere associato. Tale ampliamento implica, evidentemente, l’insufficienza dei parametri usuali allo scopo di ottenere informazioni ed elementi di valutazione adeguati, considerata, del resto, la sua dipendenza sempre maggiore da una molteplicità di fattori di ordine economico, sociale, politico e culturale. La nozione in questione si afferma sempre più spesso alla stregua di nuovo diritto sociale, correlato, come tale, ai nuovi problemi della qualità della vita nelle grandi aree urbane e della convivenza civile in contesti di accentuato multiculturalismo. Si giunge, in tal modo – ed in coerenza con l’impostazione pluralista, per dir così, che permea, ormai, anche la nozione della sicurezza pubblica – ad elaborare una politica di sicurezza partecipata, implicante cioè una condivisione, tra i diversi soggetti istituzionali e i livelli di governo cui si è fatto cenno, dei molteplici elementi di analisi, di valutazione delle situazioni, delle strategie da porre in essere e delle modalità d’intervento, in maniera da permettere a ciascun soggetto coinvolto di operare, pur con margini significativi di autonomia, nell’ambito di un percorso d’azione unitario, che egli stesso ha contribuito a definire. Con la revisione del Titolo V della Parte Seconda della Costituzione, operata con Legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3, si è avviata una nuova interpretazione del ruolo delle Autonomie locali e degli stessi soggetti privati in materia di sicurezza pubblica, a partire dalle nuove (ed esclusive) prerogative dei Governi regionali (a livello legislativo) e dei Comuni (a livello amministrativo) sulla Polizia Amministrativa Locale, e dal principio della sussidiarietà – sia in senso verticale che in senso orizzontale – che avvia un percorso di vera e propria integrazione istituzionale, con un ruolo sempre più incisivo delle stesse Autonomie e delle parti sociali, quali interlocutori diretti per l’adozione di una politica di sicurezza in grado di armonizzare in un disegno unitario l’azione di più soggetti (forze di Polizia, magistratura, Regioni, Enti Locali, associazioni private, singoli cittadini) e di stabilire, in maniera chiara e definita, compiti e responsabilità di ciascuno di essi.
A tal motivo il Presidente nazionale Associazione guardie Particolari giurate  sindacalista napoletano a livello nazionale sottolinea l importanza delle guardie Particolari giurate:
 La collaborazione di soggetti privati nello svolgimento di compiti attinenti alla sicurezza pubblica e la nozione di sicurezza sussidiaria
Con l’espressione sicurezza sussidiaria si intendono quelle attività rivolte ad evitare danni o pregiudizi alla libera fruizione dei beni, anche immateriali, svolte da soggetti privati, ad integrazione di quelle assicurate dagli ufficiali e dagli agenti di pubblica sicurezza e di polizia giudiziaria, e che la legge non riserva alla forza pubblica o a soggetti investiti di pubbliche funzioni.
La nozione generale di sicurezza sussidiaria si riferisce ad interessi che, proprio per la circostanza di essere diversi da quelli primari, non postulano l’esercizio di speciali poteri autoritativi o coercitivi e, pertanto, possono essere assegnati, sia pure a certe condizioni e con l’osservanza di certi limiti, non alla forza pubblica ma a soggetti privati.
La sicurezza sussidiaria può avvalersi, conseguentemente, del concorso offerto dagli istituti di vigilanza privata e di investigazione privata nonché dell’ausilio delle guardie particolari giurate.
Si determina, così, un deciso sviluppo delle attività di sicurezza esperibili da soggetti privati, idoneo a valorizzare ed implementare le professionalità di settore.
Tra l’altro, tale contributo integrativo, oltre a rendere più proficua l’attività complessiva di vigilanza e controllo del territorio, consente il recupero di forze di polizia da destinare a compiti diversi.
Le origini del sistema della sicurezza sussidiaria possono farsi risalire alla Legge di Pubblica Sicurezza 20 marzo 1865, n. 2248, che costituisce il primo riconoscimento, da parte dello Stato unitario, della possibilità di ricorrere all’utilizzo di soggetti privati ai fini della vigilanza e della custodia di beni immobili.
L’art. 7 della Legge suddetta, più precisamente, permetteva ai privati di “deputare guardie particolari per la custodia delle loro terre”, previa approvazione dell’autorità prefettizia.
La legislazione successiva, sino al primo decennio del secolo scorso, si è concretizzata in una serie di interventi attraverso i quali è andato, progressivamente, consolidandosi un vero e proprio diritto dei cittadini di ricorrere a soggetti privati per la vigilanza e la custodia dei beni di loro proprietà; in tale periodo, si è anche delineato lo status giuridico delle guardie giurate.
In particolare, la L. 21 dicembre 1890, n. 7321 ha esteso la possibilità di ricorrere a soggetti privati anche da parte dei Comuni e dei “Corpi morali”; la L. 31 agosto 1907, n. 690 (Testo Unico sugli Ufficiali ed Agenti di pubblica sicurezza) ha riaffermato tale possibilità, riconoscendo ai singoli cittadini, ai Corpi morali e ai Comuni la possibilità di richiedere, per la custodia delle loro proprietà, l’approvazione della nomina di “guardie particolari giurate”.
Con il successivo R.D. 4 giugno 1914, n. 562, sono stati regolamentati gli “istituti di vigilanza e custodia della proprietà mobiliare ed immobiliare altrui”.
La produzione normativa sviluppatasi nel ventennio mussoliniano si rivela di notevole importanza per la comprensione dell’evoluzione complessiva della disciplina degli istituti di vigilanza privata. Il Titolo IV del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza approvato con R.D. 6 novembre 1926, n.1848 ha fatto definitiva chiarezza sulle categorie giuridiche utilizzabili ai fini del corretto inquadramento delle guardie particolari giurate ed ha provveduto ad un riordino sistematico della normativa stratificatasi, in precedenza, in maniera piuttosto alluvionale.
Le norme contemplate nel richiamato R.D. finiranno, poi, per essere quasi integralmente riprodotte nel T.U.L.P.S. approvato con R.D. 18 giugno 1931, n. 773 e nel relativo Regolamento di esecuzione, approvato con R.D. 6 maggio 1940, n. 635, che, come è noto, costituiscono l’ordinamento ancora oggi vigente. In particolare, recita l’art. 133 TULPS: “Gli enti pubblici, gli altri enti collettivi e i privati possono destinare guardie particolari alla vigilanza o custodia delle loro proprietà mobiliari od immobiliari. Possono anche, con l’autorizzazione del Prefetto, associarsi per la nomina di tali guardie da destinare alla vigilanza o custodia in Comune delle proprietà stesse. Ai sensi dell’art. 134, comma 1, R.D. 18 giugno 1931, n. 773: “Senza licenza del Prefetto è vietato ad enti o privati di prestare opere di vigilanza o custodia di proprietà mobiliari od immobiliari e di eseguire investigazioni o ricerche o di raccogliere informazioni per conto di privati”. Ai sensi dell’art. 249 Reg. Es. TULPS: “Chi intende destinare guardie particolari giurate alla custodia dei propri beni mobili od immobili deve farne dichiarazione al Prefetto, indicando le generalità dei guardiani ed i beni da custodire”. I requisiti che debbono essere posseduti dalle guardie particolari giurate per poter ottenere l’autorizzazione del Prefetto sono contenuti nell’art. 138 TULPS. Più precisamente, la guardia particolare giurata deve essere in possesso dei requisiti seguenti:
 1) essere cittadino italiano o di uno Stato membro dell’Unione Europea;
2) avere raggiunto la maggiore età ed avere adempiuto agli obblighi di leva;
3) sapere leggere e scrivere;
4) non avere riportato condanna per delitto;
5) essere persona di buona condotta morale.
6) essere munito della carta di identità;
7) essere iscritto alla cassa nazionale delle assicurazioni sociali e a quella degli infortuni sul lavoro.
Le guardie particolari giurate rivestono la qualifica di incaricati di pubblico servizio ma non quella di agenti di polizia giudiziaria (non possono, per esempio, utilizzare le manette)[5]. La dottrina[6] ha rilevato come, soprattutto negli ultimi decenni, il legislatore abbia manifestato un’attenzione notevole verso le tematiche della salvaguardia dell’ambiente e della fauna selvatica, favorendo la nascita di nuove figure di operatori giurati, con caratteristiche specifiche, ma che debbono, comunque, essere autorizzati dal Prefetto ex art. 133 TULPS. Tra queste, a titolo puramente esemplificativo, è possibile menzionare “le figure degli agenti venatori, degli agenti giurati addetti alla sorveglianza della pesca nella acque interne e marittime, delle guardie campestri, delle guardie ecologiche, etc]. A tali soggetti  spetta la vigilanza sull’applicazione della normativa nazionale sulla caccia (L. n. 157 del 1992) e delle leggi regionali attinenti alla materia venatoria. Gli operatori in questione, secondo il più recente orientamento della giurisprudenza di legittimità, non posseggono la qualifica di agenti di polizia giudiziaria per il solo fatto di poter prendere notizia dei reati attinenti all’attività venatoria nell’ambito dei poteri di vigilanza sopra elencati .
La Redazione- Riceviamo e Pubblichiamo

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