Home Attualità Assistenza ed Inclusione: l’impegno di Bembo per Napoli

Assistenza ed inclusione. Lotte che da sempre contraddistinguono l’operato di Giovanni Bembo in questa tornata elettorale candidato con la lista “Bassolino per Napoli”. Ecco il punto sulla situazione attuale in città:

Dott. Bembo qual è oggi la priorità nell’atavica lotta che conduce da anni – spesso anche in solitudine – per la tutela dei diritti dei disabili?Come faccio ormai da molti anni, voglio richiamare l’attenzione sul problema dei disabili gravissimi, sul quale, evidentemente, c’è poco ascolto e soprattutto poca attenzione.

Perché quest’attenzione in un ambito così specifico?
Perché i disabili gravissimi, non hanno né la forza politica né la possibilità fisica di esprimersi e quindi di rappresentarsi. La legge dà teoricamente a queste persone la priorità nell’attuazione di tutti i programmi di intervento pubblico, ma sono sempre stato convinto che quello che viene messo in campo per loro diventa poi, automaticamente, vantaggioso per tutti.

Può darci una descrizione della disabilità gravissima?
Il disabile gravissimo è quella persona che vive una vita difficile come può essere la vita di una persona che ha bisogno di assistenza 24 ore su 24, che non parla, che non ha alcuna autonomia, per la quale è indispensabile l’aiuto di una persona che la vesta, la sollevi e la lavi, la faccia mangiare, interpreti i suoi bisogni e l’aiuti in tutti gli atti quotidiani ed indispensabili della vita, proprio tutti, anche quelli che per noi sono i più rituali, i più semplici e i più banali.

Quali sono nella quotidianità i problemi dei gravissimi?
Oggi le persone con disabilità gravissima presenti sul territorio nazionale sono costrette ad una sorta di “arresti domiciliari”, senza aver commesso alcun reato, a causa della totale assenza di servizi in grado di sostenerli e di garantire il loro diritto ad esistere. Una persona cerebrolesa o un infermo in coma vigile non possono essere assistiti per un’ora al giorno da un LSU (Lavoratore Socialmente Utile) “riconvertito” grazie ad un corso di formazione. Questo metodo può funzionare per la raccolta differenziata dei rifiuti, ma non è proponibile per l’assistenza domiciliare ad un gravissimo. Quando ciò avviene, vuol dire che non si ha assolutamente idea di quale sia il problema e che si ritiene prioritario il diritto al lavoro anziché quello ad un’assistenza “vera ed efficace” per il disabile grave.

Lei sostiene che lo strumento di misura della disabilità ha bisogno di essere riproporzionato per rendere più visibile la percezione della disabilità gravissima.
Non dobbiamo nascondere che un problema all’interno della nostra categoria l’abbiamo, e per fare un pò di chiarezza dobbiamo cominciare già noi a sciogliere il binomio gravi e gravissimi in disabilità gravi e disabilità gravissime, intendendo definire con questi termini due categorie caratterizzate da situazioni ed esigenze diverse. Proprio considerando la dimensione della gravità, faccio notare come anche la medicina legale classifichi “allo stesso modo la disabilità grave e quella gravissima, comprimendo nella medesima percentuale di gravità (la massima: il 100%) tutti i disabili con difficoltà motorie, a partire da quelli in carrozzina fino a quelli che sono allettati o in coma. Oggi – è la mia considerazione – ci stiamo accorgendo che il fondo scala dello strumento di misura della disabilità ha bisogno di essere riproporzionato, per rendere più visibile la percezione della disabilità gravissima, e quindi più corretta la sua misura”.

Lei ritiene che gli interventi di sostegno economico sono adeguati?
Ai nostri parlamentari è sfuggito cosa voglia dire essere disabile e totalmente inabile al lavoro, una persona che necessita di tutto, dall’essere lavato, alimentato, curato, girato, seduto, coricato, aspirato (con apparecchi medicali quando non riesce a liberare i polmoni dall’espettorato), e che non è per niente facile con 287 euro (a tale ricchezza ammonta l’attuale pensione d’invalidità) far fronte alle spese non contemplate dagli “standard” dei nostri tariffari.

E l’utilizzo di strumenti quali l’ISEE, ha apportato qualche beneficio alla causa dei disabili?
Gli indici di povertà come l’ISEE familiare, non colgono in modo adeguato l’effettivo tenore di vita delle famiglie con una o più persone con disabilità e sottostimano il loro reale disagio economico, aggravato dalle difficoltà di accesso al mondo del lavoro, dalla necessità di disporre di un caregiver e dai costi sociosanitari privati per supplire alle carenze dei servizi pubblici di assistenza sociale e sanitaria».

Per concludere, voglio segnalare l’attenzione che hanno oggi le Istituzioni (in questo caso il Comune di Napoli)  nei confronti di uno strumento che si era dimostrato utile e indispensabile per l’assistenza indiretta ai disabili gravissimi, evidenziando una “circolare” inviata dall’Ufficio Politiche Sociali ad un suo assistito.
Circolare cui ho voluto dare il titolo di “Politiche per l’Esclusione Sociale”.

La Redazione- Riceviamo e Pubblichiamo

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